Londra, la quinta sponda

L’incontro di mercoledì a Londra tra il premier britannico e quello italiano, al di là degli aspetti formali, è stato un passo che può avere importanti sviluppi, non solo perché ha rotto l’isolamento che si voleva costruire attorno alla Gran Bretagna dopo il suo rifiuto di aderire ai nuovi vincoli contenuti nel trattato di stabilità.
7 AGO 20
Immagine di Londra, la quinta sponda
L’incontro di mercoledì a Londra tra il premier britannico e quello italiano, al di là degli aspetti formali, è stato un passo che può avere importanti sviluppi, non solo perché ha rotto l’isolamento che si voleva costruire attorno alla Gran Bretagna dopo il suo rifiuto di aderire ai nuovi vincoli contenuti nel trattato di stabilità. L’Italia ha aderito a quel patto leonino, che la mette a rischio di un avvitamento della spirale tra deflazione e deficit, nella convinzione che in cambio avrebbe ottenuto un superamento dell’incomprensibile veto tedesco a una governance europea in grado di garantire i debiti sovrani. Se invece non otterrà nulla che vada nella direzione del sostegno alla crescita e della garanzia del debito, potrebbe anche decidere di non firmare l’atto definitivo. In questo caso il veto italiano, sommato a quello scontato di Londra, farebbe fallire il disegno iper rigorista di Angela Merkel.
Il rischio che si correrebbe in questo caso è elevato, ma non si può continuare a sperare che la Germania si convinca solo con buoni argomenti, se necessario bisognerà passare alle minacce. D’altra parte, almeno in termini di spread e di rating, l’adesione iniziale al patto sta producendo effetti positivi molto, molto relativi.
Più in generale un raccordo con le potenze anglosassoni, sostenitrici dell’esigenza di un solido prestatore di ultima istanza, è nell’interesse dell’Italia e dell’Europa. Un’Europa a guida tedesca tende storicamente a una politica di estensione dell’area di influenza, allargando gerarchicamente i confini “terrestri”, mentre l’impostazione “marittima” delle potenze anglosassoni ha sempre puntato a una gestione globale del potere e della finanza, con un forte richiamo alla libertà di commercio. L’Europa ancora una volta ha bisogno dell’aiuto atlantico, non nel senso di un soccorso militare o finanziario, com’è accaduto nel secolo scorso, ma dell’ispirazione realistica della competizione economica che è tipica della cultura anglosassone. Naturalmente la Gran Bretagna, in questa vicenda, tende a massimizzare il vantaggio di stare nel mercato europeo ma con una moneta difesa dalla sua banca, il che rende il suo interesse immediato diverso da quello italiano. Tuttavia la sua presenza in Europa, che giustamente Mario Monti cerca di valorizzare, ha un peso oggettivo nel frenare l’egemonismo tedesco, e può diventare uno degli elementi necessari alla creazione di una resistenza multilaterale, alla quale oltre ai paesi mediterranei possono concorrere altri, a cominciare dalla Polonia, il cui premier, forse non a caso, visita Roma in questi giorni.